lunedì

aMORTE.

In ogni cosa che faccio ritorno a te. E mi perdo. E mi batto. E mi basto. Piango per non ridere, rido se non piango. Cerco te, sempre e solo te, nella mappa ingiallita delle cose, tra le strade contorte di campagna, nei motel in disuso, tra la sabbia e le anatre che gridano. Anche loro gridano. Ti ritrovo solo perché riconosco l'edera, ho imparato a riconoscerla: i nervi verdi legati alle tue curve, la linfa delle forme, i segni assolati della felicità. E tu mi dici che sei normale, che non vale la pena comprare una nave per te, che l'ansia è una balena, ma io non ti credo e mi tuffo. Sono già in volo, giù per il burrone, in picchiata verso il mare, quando sento la tua voce che mi chiama. Dove sei? Sopra, sul precipizio erboso o laggiù, nell'acqua salata, con le braccia aperte legnose alberose? Alzo la testa, non ti vedo, guardo in basso, niente, non ci sei. Cado, entro in acqua, sprofondo, le bollicine armonizzano il tonfo, un'alga mi avvolge e mi trascina ancora più giù. Soffoco, mi manca l'aria. Grido. Anch'io grido. E bevo molta acqua. Troppa acqua. Muoio.
Ti cerco ormai dove non ci sei, dove non puoi essere tu che sei così viva, e riesco a vederti solo nella morte, nel dolore sommerso della tua assenza, sperando che prima o poi tornerai a prenderti il mio corpo, questo teschio quadrato e queste quattro ossa bagnate che un tempo riuscivano perfino a scaldarti. Sono morto, clinicamente morto. Un dottore mi dice di smetterla di fumare, io dico al mondo che un giorno tutto sarà cenere. Ma nononstante la morte, credimi, continuo ancora a sentire quella tua voce che mi chiama, che mi sballottola di qua e di là, e mi fa fare quello che vuole. Come un mucchio di polvere sulla spiaggia, quando d'inverno tira il vento e le barche ballano la danza del ventre.

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